Questo racconto è del 2007; doveva essere una prova per un racconto lungo da inviare a un concorso, al quale poi non ho partecipato. Alcune mie amiche mi suggerirono di usare questo testo come prologo per un eventuale romanzo ambientato ad Atlantide; ma sino ad ora non ho avuto alcuna idea soddisfacente su come possano svolgersi i successivi capitoli. Qualunque suggerimento in tal senso, sarà gradito.
L’ULTIMO GIORNO DI ATLANTIDE
Nella notte dei tempi, quando ancora la terra non era calpestata da piedi umani. Quando ancora il fuoco e la pioggia facevano paura. Quando ancora gli esseri non camminavano del tutto eretti: lontano nell’Atlantico vi era un’isola. Bella, florida, civilizzata.
In quel tempo regnava una grande regina: Lilith.
Era salita al trono molto giovane, dopo la prematura dipartita di suo padre, il grande re Harunn.
Bella come il sole e fredda come la luna. Saggia come il tempo e imparziale come il mare, Lilith dimorava sulle alture dell’isola, da dove poteva dominare con lo sguardo ogni antro della sua amata Atlantide; ogni scoglio, ogni anfratto. Ogni frastagliato scoglio e piatta rena.
Ritta, con lo sguardo perso verso il porto, dove le maestose navi con le vele al vento attendevano silenti un cenno, un comando, Lilith meditava; i veggenti di Atlantide avevano confermato che la profezia era imminente: Atlantide sarebbe sprofondata negli abissi.
Bisognava abbandonare Atlantide. Bisognava scegliere una futura Patria. Bisognava avventurarsi in un mondo primitivo e ostile. Bisognava far presto.
La rotta da seguire avrebbe segnato per sempre il destino degli atlantidi, ma ancor più quello dell’umanità intera che avrebbe un giorno dominato la Terra. Quale difficile scelta sulle spalle di una giovane regina. Quale atroce destino per un popolo che 2000 anni prima aveva dovuto abbandonare il pianeta natio. Quale stravagante fato segnava la vita di questo popolo errante.
Le lacrime scendevano lente sul volto della bella regina, mentre il sole sorgeva alle sue spalle. Poggiò le mani sul davanzale della maestosa terrazza e lasciò che la brezza di quella mattina le accarezzasse i capelli e allontanasse da sé quel doloroso istante.
Passi felpati si avvicinarono a lei. Non si voltò. Lilith sapeva a chi apparteneva quel piede così leggero e discreto.
“E’ ora” le disse.
“Lo so, mio fedele Adamius” rispose voltandosi lentamente verso di lui.
Il suo consigliere e amico d’infanzia era lì, triste e mesto quanto lei. La guardò non senza un brivido. L’amava. L’aveva sempre amata, sin da quando, da bambini, correvano insieme nei giardini del palazzo. Sin da quando le aveva sorriso chiedendogli di starle accanto e consigliarla nella guida di Atlantide.
Lilith si avvicinò lenta ad Adamius respingendo le lacrime che ancora volevano dire la loro.
“Perché a me?” domandò. “Perché la profezia deve avverarsi sotto il mio regno? Perché devo essere io a vedere la fine del mio popolo?” E cadde tra le braccia di lui divenendo per la prima volta una semplice donna.
“Oscuri sono i disegni del Divino. Non è dato a noi sapere tutto. Né ai veggenti. Ma voi, mia reggina, sapete quanto me, che un giorno Atlantide risorgerà dalle acque e, quel giorno, il nostro popolo potrà tornare in Patria.”
Lei sollevò il capo a incrociare lo sguardo di lui. Si discostò con regale grazia, chinò il capo per riprendere il controllo.
“Andiamo!” disse senza esitazione, precedendo il suo consigliere.
Sulla piana dell’imbarcadero, tutti gli abitanti di Atlantide attendevano le sue parole di conforto e la decisione: la rotta che le navi avrebbero seguito.
Lilith osservò il suo popolo, tutto lì ai suoi piedi. Le navi maestose sullo sfondo con il sole che indorava le loro vele. E la regina parlò:
“Popolo di Atlantide. Miei devoti sudditi. Questo è un triste giorno per tutti noi. Già i nostri padri quasi 2000 anni fa, hanno dovuto abbandonare una Patria. Ora, quel triste episodio segna la nostra vita. Ma a differenza di allora, noi sappiamo che questa nostra isola è destinata a risorgere. E’ per questo che non dobbiamo cercare una nuova terra. Una nuova Atlantide.”
Un lieve brusio si insinuò tra la folla, di stupore e di curiosità, per quelle sibilline parole. Adamius sollevò appena la mano destra e il silenzio ricadde sulla piana dell’imbarcadero.
“Salite sulle navi” continuò la regina. “Portate con voi la nostra cultura, la nostra civiltà. I nostri ricordi comuni. Che ogni capitano scelga una rotta. Che in ogni luogo ove approdiate, lì portiate saggezza e civiltà. E fate in modo che i vostri figli. E figli dei vostri figli, e figli di essi, ricordino le proprie origini e tornino in Patria, quando questa risorgerà.”
Un mormorio si levò ovunque. Un mormorio di paura e di inquietudine. Un mormorio di disappunto.
“Mia regina, non possiamo separarci!” obiettò uno.
“Come possiamo scegliere una rotta senza sapere cosa ci attende?” gridò un altro.
“Cosa ne sarà di voi?” si informò una donna dalle ultime file.
“E cosa sarà di noi?” domandò una al suo fianco.
Lilith abbassò il capo e voltò le spalle al suo popolo: “Così è deciso, obbedite e salpate. Non c’è più molto tempo.”
Con il cuore stretto in petto e lottando contro quelle lacrime che ancora volevano renderla donna e non regina, Lilith osservava le navi lasciare il porto. Il sole era a picco sulla città; su un’isola vuota e silenziosa, pronta alla sua inevitabile fine e conscia della sua futura rinascita.
“Il pranzo è pronto, mia regina” disse Adamius alle sue spalle.
Lei si voltò stupita. Non lo aveva sentito arrivare.
“Sei rimasto qui?”
“Come avrei potuto lasciarvi, o mia regina!”
“La capsula è solo per uno” disse con tristezza nella voce.
“Lo so.” E la guardò sorridendole. “Ma non potevo lasciarvi sola in un momento così drammatico. Io vi amo.”
“Sono una regina, Adamius.”
“Non sono qui per chiedervi amore, ma per darvelo.” Si guardarono per una lunga frazione di tempo. “Andiamo, il pranzo è pronto.”
“Ricordi? Abbiamo spesso giocato in questo giardino.”
“Sì, mia regina, lo ricordo. E come potrei averlo dimenticato?”
“Ma ora, questo andrà perduto. Io, tu, il giardino, non saremo neanche più un ricordo.”
“Voi ricorderete, mia regina. Voi sarete ancora qui, quando questo giardino rifiorirà. E io vi prometto che vi raggiungerò.”
“E come?”
“Andrò nel Tempio e lì…”
“Tu conosci gli antichi riti?”
“Ne ho letto, sì. Credo di poter fermare la morte.”
“Mi ami fino a questo punto?”
Adamius non rispose, ma si avvicinò a lei come una brezza leggera e le sfiorò i lunghi capelli dorati. Lei non esitò più e lasciò che la donna smettesse i panni di regina.
Lilith lasciò il letto diretta alla grande terrazza. Il vento s’era alzato implacabile e il mare era scosso da violente sferzate che alzavano le onde a più di tre metri. Il sole era ormai al tramonto e colorava di rosso e viola l’orizzonte.
“E’ ora” disse Adamius.
“Sì. E’ ora” assentì lei di rimando, e seguì il suo consigliere nei sotterranei del palazzo.
Quando giunsero alla capsula, Lilith esitò. Ma lo sguardo fermo di lui, la convinse a lasciarsi chiudere al suo interno.
Avrebbe potuto sigillare da sé il suo sarcofago dalla copertura trasparente, ma fu Adamius a compiere la sigillatura. Poi si chinò sul coperchio per guardarla un’ultima volta. Lei pianse e allungò una mano verso il volto di lui. Adamius schioccò un bacio sulla fredda lastra e scappò via, per fare ciò che andava fatto, prima che fosse troppo tardi. Prima che Atlantide sprofondasse. Prima che il coraggio venisse meno.
Le onde sempre più alte si abbatterono inesorabili sull’isola. Le acque del mare si insinuarono in ogni dove: le vie, le cantine, le case, i templi, i palazzi e le piazze, i giardini; ogni cosa era inondata da acque scure e fredde.
Adamius era seduto sull’altare con le gambe incrociate e un rotolo di scizzu su di esse. Cantava una nenia, una liturgia antica e sconosciuta. Gli occhi chiusi e le lacrime sul viso, mentre sotto di lui le acque mulinavano alzandosi sempre più.
Presto un brivido di freddo lo scosse facendogli perdere la concentrazione e vide le sue gambe immerse nelle gelide acque scure di un mare implacabile. Allungò la mano per afferrare il rotolo e cercando in sé ancora il coraggio di uomo, riprese la litania, mentre ormai l’acqua era alla sua gola. E mentre le lacrime scorrevano più forti, lui si lasciò andare. Lasciò che il mare lo inghiottisse, ma sul volto v’era un sorriso.
Lilith si chiedeva quanto tempo sarebbe passato ancora, prima che l’acqua invadesse il vano e sommergesse il suo sarcofago. Si chiese se il suo amato Adamius era già morto e se l’isola era ancora visibile dal cielo. E mentre quei pensieri le affollavano la mente, la porta si aprì violentemente e l’acqua invase tutta la stanza turbinando intorno a lei e sul coperchio della sua dimora. Poi tutto fu buio.
Le acque sommersero tutta l’isola. E una tromba d’acqua risucchiò tutto nelle profondità lasciando in superficie un vortice scuro e profondo in una cupa notte, senza luna e senza stelle.
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